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6 novembre 2003 4 06 /11 /novembre /2003 17:09

Il pensiero musicale indiano

Conferenza di Carlo Serra (Seminario Permanente di Filosofia della Musica, Milano)
Recital di canto indiano Dhrupad di Amelia Cuni, accompagnata da Federico Sanesi alle percussioni
Giovedì 6 novembre 2003, ore 20.30 - Cinema Teatro, Chiasso
 
 
La conferenza
Come ogni riflessione filosofica che entri in contatto con il mondo della musica, la cultura indiana elabora una ricerca sulla materia (il suono), sullo spazio (la disposizione delle note musicali) e sul tempo (la strutturazione ritmica che organizza gli eventi sonori).
A chi entri nel mondo della trattatistica musicale indiana, si fa incontro una ricca vena di temi metafisici, che riguardano la struttura della materia, i suoi aspetti sensibili, le componenti matematiche in grado di tradurne le relazioni.
La tradizione indiana guarda così con grande attenzione alla dimensione del suono, sviluppando un' ampia gamma di riflessioni sulla sua natura, sul modo più esatto di suddividerlo in altezze musicali, sulle emozioni che evoca nell’animo umano. Nel trattato Sangitaratnakara (Oceano di gemme della musica ), scritto nel 1204 d C. da Sarngadeva si assiste ad un elogio del suono, dei suoi aspetti materiali e delle sue valenze cosmologiche: nel mondo che ci circonda i suoni pervadono ogni elemento, riempiono il corpo, toccano la coscienza, vi si imprimono come sigilli, con la valenza di un principio divino, che opera fuori e dentro di noi.
Il potere emotivo della musica, la sua capacità di nutrire alcuni stati d'animo e di combatterne altri, diventa, per i teorici indiani, motivo di riflessione sistematica sugli aspetti che collegano il risuonare delle note alle disposizioni della coscienza: si tratta del rapporto che coniuga rasa e raga.
Il termine rasa, nella cultura hindu, si ricollega, originariamente, all'esperienza del decantare, e indica sapore, aroma, un elemento che connota l'esperienza di qualcosa, che gli imprime il proprio carattere, pur rimanendo concettualmente inafferrabile: da qui il suo significato di essenza, di ambito privilegiato, sottratto al controllo del linguaggio, momento topico che ogni evento artistico deve sollecitare nello spettatore, come prescrive il Natyashastra di Bharata (300 a. C.).
Raga indica quel tessuto di regole che organizza la qualità del movimento lungo una struttura scalare, ma significa anche essere colorato, venir toccato, emozionarsi, trarre piacere da: il raga è forma musicale che tocca, sollecita l'ascoltatore.
Un'esperienza così delicata, che entra a pieno titolo nella dimensione del sacro, deve poter prendere forma in una dimensione temporale circolare e ritualizzata: il tala è il sistema ritmico che segmenta ed isola l'esperienza musicale dal fluire del tempo. Battendo il tempo dell'esecuzione, articola il processo temporale, organizzandone la forma. Il pensiero musicale indiano presenta così una riflessione su materia, spazio e tempo, all'interno della dimensione estetica dell'ascolto.
Il termine estetico va colto in tutta la sua ampiezza e non implica esclusivamente un riferimento al bello, ma al costituirsi delle relazioni fra attività dell'ascolto e trasposizione immaginativa del materiale della percezione.
La conferenza sarà dedicata ad un approfondimento di questo tema, che la cultura musicale indiana elabora, nelle sue varianti, con grande chiarezza.
 
 
Il relatore
Carlo Serra è nato a Milano nel 1959, dove si è laureato in filosofia su relazione di Giovanni Piana presso la cattedra di Filosofia Teoretica dell'Università Statale di Milano, con una tesi su La concezione dello spazio musicale nel pensiero di Jacques Chailley. Collabora alla rivista De musica , annuario on line del Seminario permanente di Filosofia della Musica. Ha partecipato all'attività della cattedra di Filosofia Teoretica I, con lezioni e seminari tra cui, nell'anno accademico 1998 - 1999, il ciclo Intendere l’armonia, sull'evoluzione del concetto di armonia da Eraclito a Keplero. Attualmente sta preparando un testo sulle componenti connesse alla tematica delle strutture scalari in Jacques Chailley ed alle sue relazioni storiche con l'analisi continuista dello spazio musicale in Aristosseno. Dirige con Elio Franzini , Giovanni Piana e Paolo Spinicci il sito Spazio filosofico e la collana Il Dodecaedro.
 
 
Il recital
Il DHRUPAD è il genere più antico della musica colta dell'India del Nord (XV-XVI sec.), influenzato dalle pratiche dello yoga del suono (NADA YOGA) e tramandato oralmente da famiglie d'arte. Il canto dhrupad si è evoluto nel corso dei secoli facendosi tramite tra la musica dei templi e quella delle corti, tra sacro e profano e viene oggi considerato il fondamento della musica indostana. L'aspetto introspettivo e meditativo si alterna a strutture ritmiche e improvvisazioni di grande vitalità, i vocalizzi ai versi poetici.
 
 
La cantante
Amelia Cuni è apprezzata interprete di canto dhrupad. Ha vissuto e studiato in India dal 1978 per più di dieci anni con noti maestri quali R.Fahimuddin, Bidur Mallik e D.C. Vedi. Ha inoltre appreso la danza KATHAK e le percussioni. Dal 1987 insegna e si esibisce in Europa, dove si occupa di vari progetti che confrontano tradizione e sperimentazione. Ha realizzato numerose produzioni e collaborazioni discografiche. Insegna canto indiano al conservatorio di Vicenza nell'ambito di un corso sperimentale. Vive a Berlino.


 

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Published by filosofia-sfsi - in Attività 2003